Memories II
Dunque dov’ero rimasta. Sì, giusto, mio padre e mia madre.
Come dicevo, dopo essersi divertiti alle mie spalle, i miei genitori a un certo punto hanno pensato bene di proseguire le loro vite su binari diversi, portando me, per forza di cose, a giocare fra le rotaie. E si sa, superare la linea gialla è un pericolo.
Dall’infanzia a poco più di un anno fa ho sempre vissuto con mia madre, in una casa con un grande giardino collocata ai confini del centro abitato, nella cosiddetta semicampagna, di cui vi ho già parlato in passato.
Da che ho memoria, il nostro giardino è sempre stato un’accogliente dimora per quadrupedi di varie forme e dimensioni, alcuni raccolti dalla strada e invitati personalmente a rimanere, altri abusivi, altri semplicemente di passaggio.
I coinquilini più graditi sono sempre stati e continuerebbero ad essere, se ancora ci fosse un giardino, i cani. Cani abbandonati perlopiù, trovati nel quartiere, attirati con la promessa di una ciotola piena, viziati il tempo necessario per diventare amichevoli e mai più restituiti alla libertà.
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Sono figlia unica, i miei genitori hanno avuto il buon senso di allontanarsi fisicamente non appena si sono resi conto dell’effetto catastrofico derivante dalla mescolanza dei loro geni e questa è stata una delle poche cose, se non l’unica sicuramente l’ultima, su cui sono riusciti a trovare un accordo.
Il mio primo scontro con la realtà, il primo di cui abbia memoria diretta almeno, risale all’incirca a quindici anni fa. Avevo sette o otto anni, non ricordo di preciso.
Mi è capitato altre volte di non scrivere per un po’, non tanto per mancanza di tempo quanto per latitanza ispirativa. Voi che mi seguite nell’ombra dovreste aver imparato ormai che ciò accade di solito quando nella mia vita avviene un cambiamento. Non importa tanto che esso sia positivo o negativo, ma fondamentalmente è qualcosa che arriva silenzioso e inaspettato e dà uno scossone all’agognato equilibrio che ormai da tempo cerco di ricostruire invano.
Noi umani siamo succubi
