Memories II

10dicembre09.pngDunque dov’ero rimasta. Sì, giusto, mio padre e mia madre.

Come dicevo, dopo essersi divertiti alle mie spalle, i miei genitori a un certo punto hanno pensato bene di proseguire le loro vite su binari diversi, portando me, per forza di cose, a giocare fra le rotaie. E si sa, superare la linea gialla è un pericolo.
Dall’infanzia a poco più di un anno fa ho sempre vissuto con mia madre, in una casa con un grande giardino collocata ai confini del centro abitato, nella cosiddetta semicampagna, di cui vi ho già parlato in passato.

Da che ho memoria, il nostro giardino è sempre stato un’accogliente dimora per quadrupedi di varie forme e dimensioni, alcuni raccolti dalla strada e invitati personalmente a rimanere, altri abusivi, altri semplicemente di passaggio.
I coinquilini più graditi sono sempre stati e continuerebbero ad essere, se ancora ci fosse un giardino, i cani. Cani abbandonati perlopiù, trovati nel quartiere, attirati con la promessa di una ciotola piena, viziati il tempo necessario per diventare amichevoli e mai più restituiti alla libertà.

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Memories

2dicembre09.pngSono figlia unica, i miei genitori hanno avuto il buon senso di allontanarsi fisicamente non appena si sono resi conto dell’effetto catastrofico derivante dalla mescolanza dei loro geni e questa è stata una delle poche cose, se non l’unica sicuramente l’ultima, su cui sono riusciti a trovare un accordo.

Sono nata in una fredda giornata di dicembre, tra Natale e Capodanno. Ovviamente, non ne ho ricordi diretti, ma i racconti genitoriali sull’argomento si soffermano sempre e comunque su due soli elementi, non si parla mai di travaglio, dolore, né di ore di attesa o preoccupazione, le uniche due cose degne di nota della mia venuta al mondo sono queste: era ora di pranzo, era sabato. E dall’espressione che permea il viso dei miei cari quando ne parlano, credo non me l’abbiano ancora perdonato.

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Correndo con le forbici in mano

30giugno09.pngIl mio primo scontro con la realtà, il primo di cui abbia memoria diretta almeno, risale all’incirca a quindici anni fa. Avevo sette o otto anni, non ricordo di preciso.

Era la fine di un giorno di scuola come tanti, le lezioni erano appena terminate e il suono dell’ultima campanella, con la sua quotidiana regolarità, ci intimava di abbandonare le aule, per concedere a quelle quattro pareti troppo bianche e troppo strette un po’ di meritato riposo.

Di solito ero una delle prime a sgattaiolare fuori, se non altro per poter assicurare a me e al mio pachidermico zainetto un posto sulle poche panchine disponibili che qualche anima buona aveva piazzato per i poveri figli di degeneri genitori lavoratori ritardatari, ma quella volta, mentre gli altri sgambettavano verso il cortile urlando e strattonandosi come ogni giorno, io attraversai il corridoio con la pesantezza d’animo del condannato a morte, che sa che ogni passo avanti è un passo in meno verso la fine. Varcai il cancello per ultima, con gli occhi mogi e tristi, cosa piuttosto inusuale quando sapevo che ad attendermi all’uscita avrei trovato mio padre.

E infatti, l’incongruenza gli saltò subito agli occhi.

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La maledizione dello Scripta manent (o del perché le parole talvolta mi rendono inquieta)

3maggio09.pngMi è capitato altre volte di non scrivere per un po’,  non tanto per mancanza di tempo quanto per latitanza ispirativa. Voi che mi seguite nell’ombra dovreste aver imparato ormai che ciò accade di solito quando nella mia vita avviene un cambiamento. Non importa tanto che esso sia positivo o negativo, ma fondamentalmente è qualcosa che arriva silenzioso e inaspettato e dà uno scossone all’agognato equilibrio che ormai da tempo cerco di ricostruire invano.

Il mutismo letterario che deriva da queste occasioni può avere più di una giustificazione. Da una parte, è la concreta manifestazione della classica sensazione del non aver parole, preambolo di un periodo più o meno lungo di meditazione che permetterà di metabolizzare la cosa e riprendere in mano la penna. D’altro canto, potrebbe essere anche pura e semplice omertà, il non voler esternare i propri pensieri lì dove hanno libero accesso tutti coloro che vogliono. Un non voler mettere le carte in tavola, insomma, per preservare quanto c’è di più bello nelle vicende umane, ossia l’imprescindibile grado di indeterminatezza che ne vivacizza le sorti.

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Epica di fine Pasquetta

18aprile09.pngNoi umani siamo succubi

schiavi delle passioni,

nemici del buon senso

prede dei nostri umori.

Basta uno sguardo intenso

a sguinzagliar gli ormoni

E quasi mai c’è tempo

per le elucubrazioni.

Questo ci porta spesso

quasi in continuazione

a far false partenze,

se ne abbiamo occasione.

si fottano le apparenze!

ma non c’è soluzione.

Causa dell’insuccesso?

Non si usa la ragione.

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