Correndo con le forbici in mano
Il mio primo scontro con la realtà, il primo di cui abbia memoria diretta almeno, risale all’incirca a quindici anni fa. Avevo sette o otto anni, non ricordo di preciso.
Era la fine di un giorno di scuola come tanti, le lezioni erano appena terminate e il suono dell’ultima campanella, con la sua quotidiana regolarità, ci intimava di abbandonare le aule, per concedere a quelle quattro pareti troppo bianche e troppo strette un po’ di meritato riposo.
Di solito ero una delle prime a sgattaiolare fuori, se non altro per poter assicurare a me e al mio pachidermico zainetto un posto sulle poche panchine disponibili che qualche anima buona aveva piazzato per i poveri figli di degeneri genitori lavoratori ritardatari, ma quella volta, mentre gli altri sgambettavano verso il cortile urlando e strattonandosi come ogni giorno, io attraversai il corridoio con la pesantezza d’animo del condannato a morte, che sa che ogni passo avanti è un passo in meno verso la fine. Varcai il cancello per ultima, con gli occhi mogi e tristi, cosa piuttosto inusuale quando sapevo che ad attendermi all’uscita avrei trovato mio padre.
E infatti, l’incongruenza gli saltò subito agli occhi.
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