Memories II

10dicembre09.pngDunque dov’ero rimasta. Sì, giusto, mio padre e mia madre.

Come dicevo, dopo essersi divertiti alle mie spalle, i miei genitori a un certo punto hanno pensato bene di proseguire le loro vite su binari diversi, portando me, per forza di cose, a giocare fra le rotaie. E si sa, superare la linea gialla è un pericolo.
Dall’infanzia a poco più di un anno fa ho sempre vissuto con mia madre, in una casa con un grande giardino collocata ai confini del centro abitato, nella cosiddetta semicampagna, di cui vi ho già parlato in passato.

Da che ho memoria, il nostro giardino è sempre stato un’accogliente dimora per quadrupedi di varie forme e dimensioni, alcuni raccolti dalla strada e invitati personalmente a rimanere, altri abusivi, altri semplicemente di passaggio.
I coinquilini più graditi sono sempre stati e continuerebbero ad essere, se ancora ci fosse un giardino, i cani. Cani abbandonati perlopiù, trovati nel quartiere, attirati con la promessa di una ciotola piena, viziati il tempo necessario per diventare amichevoli e mai più restituiti alla libertà.

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Memories

2dicembre09.pngSono figlia unica, i miei genitori hanno avuto il buon senso di allontanarsi fisicamente non appena si sono resi conto dell’effetto catastrofico derivante dalla mescolanza dei loro geni e questa è stata una delle poche cose, se non l’unica sicuramente l’ultima, su cui sono riusciti a trovare un accordo.

Sono nata in una fredda giornata di dicembre, tra Natale e Capodanno. Ovviamente, non ne ho ricordi diretti, ma i racconti genitoriali sull’argomento si soffermano sempre e comunque su due soli elementi, non si parla mai di travaglio, dolore, né di ore di attesa o preoccupazione, le uniche due cose degne di nota della mia venuta al mondo sono queste: era ora di pranzo, era sabato. E dall’espressione che permea il viso dei miei cari quando ne parlano, credo non me l’abbiano ancora perdonato.

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