Memories II
Dunque dov’ero rimasta. Sì, giusto, mio padre e mia madre.
Come dicevo, dopo essersi divertiti alle mie spalle, i miei genitori a un certo punto hanno pensato bene di proseguire le loro vite su binari diversi, portando me, per forza di cose, a giocare fra le rotaie. E si sa, superare la linea gialla è un pericolo.
Dall’infanzia a poco più di un anno fa ho sempre vissuto con mia madre, in una casa con un grande giardino collocata ai confini del centro abitato, nella cosiddetta semicampagna, di cui vi ho già parlato in passato.
Da che ho memoria, il nostro giardino è sempre stato un’accogliente dimora per quadrupedi di varie forme e dimensioni, alcuni raccolti dalla strada e invitati personalmente a rimanere, altri abusivi, altri semplicemente di passaggio.
I coinquilini più graditi sono sempre stati e continuerebbero ad essere, se ancora ci fosse un giardino, i cani. Cani abbandonati perlopiù, trovati nel quartiere, attirati con la promessa di una ciotola piena, viziati il tempo necessario per diventare amichevoli e mai più restituiti alla libertà.
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La mia Rimini
Rimini è occhi indiscreti e sabbia infinita. E gelati e bandiere naturalmente.
Il mare dal mio ombrellone non si vede neanche e non solo per colpa della balenottera in due pezzi leopardato spiaggiata sul lettino davanti.
No mamma, mica parlavo di te, tu sei alla mia destra.
Sono al numero 89.
Esattamente otto file di ombrelloni mi separano dalla riva. In realtà, essendoci tra una fila e l’altra giusto lo spazio necessario per stendere le braccia in avanti senza stendere al suolo qualcuno, non sono poi così lontana dal bagnasciuga.
Ma il mare non si vede comunque. Evidentemente abbiamo tutti braccia molto lunghe. Oppure mi sta calando la vista.
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Analizzando i fatti
Allora, analizziamo la seguente frase: sarò felice.
Sarò. Voce del verbo essere. Futuro semplice.
Beh, insomma.
Insomma che?
Futuro semplice…
Sì, sì, futuro semplice.
Beh, sul futuro non c’è niente da dire. Ma per il resto, dai… mica tanto semplice.
Vabbè, ma è indicativo…
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La mia palese avversione alle feste comandate ha dei fondamenti scientifici
Quando con occhio umidiccio, labbro tremulo e cuore trafitto in mano, ho recitato alla mia futura relatrice di tesi il discorsetto che mi ero riproposta di utilizzare solo in caso di estrema necessità, come ad esempio nell’assurda ipotesi che lei avesse rifiutato a soli quattro mesi dalla seduta di laurea un argomento di tesi ideale, interessante e originale, selezionato tra altri mille dopo giorni e notti di ricerca incessante, non credevo che mi avrebbe preso in parola.
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Torno.
