Memories II
Dunque dov’ero rimasta. Sì, giusto, mio padre e mia madre.
Come dicevo, dopo essersi divertiti alle mie spalle, i miei genitori a un certo punto hanno pensato bene di proseguire le loro vite su binari diversi, portando me, per forza di cose, a giocare fra le rotaie. E si sa, superare la linea gialla è un pericolo.
Dall’infanzia a poco più di un anno fa ho sempre vissuto con mia madre, in una casa con un grande giardino collocata ai confini del centro abitato, nella cosiddetta semicampagna, di cui vi ho già parlato in passato.
Da che ho memoria, il nostro giardino è sempre stato un’accogliente dimora per quadrupedi di varie forme e dimensioni, alcuni raccolti dalla strada e invitati personalmente a rimanere, altri abusivi, altri semplicemente di passaggio.
I coinquilini più graditi sono sempre stati e continuerebbero ad essere, se ancora ci fosse un giardino, i cani. Cani abbandonati perlopiù, trovati nel quartiere, attirati con la promessa di una ciotola piena, viziati il tempo necessario per diventare amichevoli e mai più restituiti alla libertà.
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Rimini è occhi indiscreti e sabbia infinita. E gelati e bandiere naturalmente.
Allora, analizziamo la seguente frase:
Quando con occhio umidiccio, labbro tremulo e cuore trafitto in mano, ho recitato alla mia futura relatrice di tesi il discorsetto che mi ero riproposta di utilizzare solo in caso di estrema necessità, come ad esempio nell’assurda ipotesi che lei avesse rifiutato a soli quattro mesi dalla seduta di laurea un argomento di tesi ideale, interessante e originale, selezionato tra altri mille dopo giorni e notti di ricerca incessante, non credevo che mi avrebbe preso in parola.
L’aspetto più brutto della fine di una storia non è il dover improvvisamente cambiare le proprie abitudini, il doversi adeguare alla mancanza di una persona che ti è stata vicino per anni e che all’improvviso non è più utilizzabile come punto fermo della tua vita o la rinuncia forzata ad una realtà che, nonostante i problemi, tutto sommato non ti dispiaceva.
