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Cueca de la C.U.T.

11agosto05.pngUn confine invisibile eppure ben evidente ai suoi occhi, assonnati ma aperti, suddivideva le ingiallite campagne foggiane dai verdi e rigogliosi paesaggi campani.

Viaggiare…
Un viaggio che aveva un sapore forte, più che di una vacanza della Vittoria, una conquista inaspettata per una strana coppia che ogni anno si preparava ad affrontare una dura battaglia consapevole che il più delle volte sarebbe stata costretta ad una dolorosa, ma saggia ritirata.

Ma il nemico a volte cede e quella volta cedette.

E così eravamo lì. Io e lui, uniti per sangue, ma quasi sempre materialmente separati, eravamo lì.
Il grigio sbiadito del manto stradale era un timido e velocissimo tapirulan divorato dalla freccia nera, la mitica Alfa quadrifoglio verde, motivo di orgoglio e di vanto con i miei increduli amichetti under10, che mio padre faceva sfrecciare sulla strada che sarà, in un futuro che ormai è già diventato passato, la mia prima e brillante prova da patentata.

Io ero addetta alla radio. Niente cd all’epoca, persino le audiocassette erano poche e preziose. Il tragitto che ci separava dalla nostra meta, per essere completamente accompagnato da un degno sottofondo sonoro richiedeva poco più di un nastro, ma di solito non si andava oltre le due o tre canzoni. Avendo io 8 anni e orgogliosa della mia fortuita scoperta del tasto repeat, non trovavo nessun motivo valido per dover sentire un’intera cassetta prima di ritornare alla mia canzone preferita, rischiando di poterla ascoltare solo due volte mio dio in tutto il viaggio.

Ah… quante volte è stato ucciso Piero in quei viaggi… io piccola bimba sanguinaria e cinica guardavo i campi di grano che mi correvano incontro e poi fuggivano alle mie spalle e ci immaginavo quei mille papaveri che, strano a dirsi, già allora mi ricordavano un’infanzia felice, ma ormai passata.

E dopo aver fatto tornare per la quinta volta Re Carlo da una faticosissima guerra in terra francese, inneggiavo alla libertà del pueblo, mentre già all’orizzonte vedevo la rotonda figura di Zizì Lucia e l’odore di uova fresche e biscotti al burro si faceva vivo nella mia mente prima di poter realmente raggiungere le mie narici.

L’idillio agreste avvolgeva quei brevi giorni di amnistia e li masticava velocemente, tra passeggiate nel fiume e cuccioli da coccolare.
Giusto brevi attimi di pace, per non dimenticare che una bimba a otto anni deve essere felice.
Poi un semplice saluto, un bagagliaio gonfio di campagna e sulle note dell’andata, quasi a voler chiudere un cerchio, il ritorno alla realtà.

Carramba del mundo entero!

Un Commento per “Cueca de la C.U.T.”

  1. Che belli questi ricordi. Sai anche per me l’infanzia ?tata il momento pi?llo della mia vita e forse proprio il fatto di aver conosciuto la felicit?i rende cos?uro sopportare il doloreBuon ferragostoMaluna

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