La maledizione dello Scripta manent (o del perché le parole talvolta mi rendono inquieta)

3maggio09.pngMi è capitato altre volte di non scrivere per un po’,  non tanto per mancanza di tempo quanto per latitanza ispirativa. Voi che mi seguite nell’ombra dovreste aver imparato ormai che ciò accade di solito quando nella mia vita avviene un cambiamento. Non importa tanto che esso sia positivo o negativo, ma fondamentalmente è qualcosa che arriva silenzioso e inaspettato e dà uno scossone all’agognato equilibrio che ormai da tempo cerco di ricostruire invano.

Il mutismo letterario che deriva da queste occasioni può avere più di una giustificazione. Da una parte, è la concreta manifestazione della classica sensazione del non aver parole, preambolo di un periodo più o meno lungo di meditazione che permetterà di metabolizzare la cosa e riprendere in mano la penna. D’altro canto, potrebbe essere anche pura e semplice omertà, il non voler esternare i propri pensieri lì dove hanno libero accesso tutti coloro che vogliono. Un non voler mettere le carte in tavola, insomma, per preservare quanto c’è di più bello nelle vicende umane, ossia l’imprescindibile grado di indeterminatezza che ne vivacizza le sorti.

Poi c’è una terza spiegazione, la cui eventualità fino ad ora, per carattere, non mi aveva mai neanche minimamente sfiorato, ma che in questo particolare momento si rivela essere se non l’unica possibile, sicuramente la più plausibile: non scrivere è il modo migliore per non pensare… per non cadere nel tranello dell’immobilità ragionata, per smettere di afferrare la vita alle spalle e scaraventarla su un foglio ostinandosi a contemplarne la sindone mentre lei si mette a correre per recuperare i secondi perduti nell’impatto.

Per una cervellotica come me, la scrittura è la passione meno indicata. Incidere su carta i propri crucci, soprattutto se si ha il difetto di essere tremendamente autobiografici, è il modo migliore per poter rielaborare la propria esistenza, ma è anche una corsia preferenziale, piuttosto trafficata in realtà, verso rimorsi, rimpianti e paura di agire.

Per chi è dedito a pratiche psichicamente autolesive, come la rimuginazione e l’ipotesi, questo non va bene. Riempire pagine di Se… Magari… E se invece… ha come unica conseguenza rendere i dubbi e la prudenza negrieri della curiosità. E io ora non voglio essere cauta. Perché di solito quando rifletto lo faccio fin troppo bene, creo modelli perfetti, intavolo teorie che non fanno una piega, prevedo tutti gli scenari possibili e tutte le probabili evoluzioni, fino ad arrivare all’unica, certa e indiscutibile conclusione: meglio evitare. Merito il Nobel per Giustificazionismo dell’inattività.

Ma per fortuna la realtà è diversa. Non c’è nulla di perfetto e poco o niente di prevedibile, le cose non vanno mai come vuoi tu (anzi è più facile cambino ancora di più) e quindi, se pur sapendolo non si è capaci di fare a meno di continuare a spremersi le meningi, bisogna cercare una soluzione di compromesso. Non scrivere. Non un non scrivere in genere, ma non scrivere, se ci si riesce, della “cosa”. E in più, creare tutta una serie di protezioni mentali che permettano di placare, almeno in parte, l’atavica paura del nuovo con cui stavo pericolosamente imparando a convivere. Si tratta, in pratica, di trovare un modo per proteggermi da me stessa. Far finta che non ci sia niente di diverso, illudere l’intelletto che è ancora padrone della situazione. Non pensare mai al Domani, ma al massimo a domani, rimuovere (nel senso psicologico del termine) le convinzioni e le concezioni maturate negli ultimi mesi, convergere i timori in un decisamente più gestibile stress psicofisico, eludere i commenti sull’argomento, creare un set di battutine standard per deviare i discorsi,  non fare modifiche alla sezione informazioni su facebook. Concedersi solo ogni tanto, enpassant, qualche commento poco impegnativo tra sé e sé, del tipo è stata proprio una bella serata.

E vedere cosa succede.

2 Commenti per “La maledizione dello Scripta manent (o del perché le parole talvolta mi rendono inquieta)”

  1. come ti capisco!!! se capiti dalle mie parti, non puoi fare a meno di notare che il mio periodo di “inattività” (o di silenzio stampa, se preferisci) è ben più lungo del tuo! come vedi, però, continuo ad essere presente laddove mi piace/mi interessa farlo e il tuo blog è uno dei luoghi dove torno sempre con molto piacere.

  2. Mi spiace che tu abbia scritto questo post.. sì, mi spiace perchè avrei dovuto scriverlo io.. però io avrei anche aggiunto un po’ di nostalgia per la mia autocommiserazione e per le sabbie mobili da cui, mio malgrado, temo di essere uscito.. e la cosa un po’ mi incanta e un po’ mi meraviglia..

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