Memories II
Dunque dov’ero rimasta. Sì, giusto, mio padre e mia madre.
Come dicevo, dopo essersi divertiti alle mie spalle, i miei genitori a un certo punto hanno pensato bene di proseguire le loro vite su binari diversi, portando me, per forza di cose, a giocare fra le rotaie. E si sa, superare la linea gialla è un pericolo.
Dall’infanzia a poco più di un anno fa ho sempre vissuto con mia madre, in una casa con un grande giardino collocata ai confini del centro abitato, nella cosiddetta semicampagna, di cui vi ho già parlato in passato.
Da che ho memoria, il nostro giardino è sempre stato un’accogliente dimora per quadrupedi di varie forme e dimensioni, alcuni raccolti dalla strada e invitati personalmente a rimanere, altri abusivi, altri semplicemente di passaggio.
I coinquilini più graditi sono sempre stati e continuerebbero ad essere, se ancora ci fosse un giardino, i cani. Cani abbandonati perlopiù, trovati nel quartiere, attirati con la promessa di una ciotola piena, viziati il tempo necessario per diventare amichevoli e mai più restituiti alla libertà.
La verità è che la vita di coppia viene sopravvalutata. In realtà, non c’è migliore compagnia di un batuffolo peloso su cui poter affondare le proprie amarezze quotidiane, sapendo che se ne farà carico senza controbattere e per di più ti si dimostrerà grato per l’attenzione ricevuta; niente spiegazioni, nessun discorso noioso, niente sorrisi di circostanza. Solo coccole, più o meno intensive a seconda dello stato emotivo del momento. Per due donne sole e poco inclini alla conquista come me e mia madre il cane antistress è la soluzione ideale. Ma prima di capirlo purtroppo, il nostro bisogno di socialità ci ha portato a percorrere strade più impervie.
Per un periodo irragionevolmente lungo, fortunatamente conclusosi, mia madre decise di mettere alla prova la nostra già difficile frequentazione introducendo nella tiepidezza domestica un terzo e un quarto incomodo: rispettivamente, un uomo dall’età indefinita che si è aggiudicato quasi immediatamente l’appellativo di mezzo secolo e che, a causa della mia pigrizia mentale, continua tuttora a mantenerlo, nonostante il corso del tempo abbia ormai irrimediabilmente trasformato l’intento offensivo in irrealistica adulazione, e la sua diletta primogenita, che ha beneficiato maggiormente dei miei parti creativi, meritandosi molti più epiteti, di cui però, per ragioni intuibili, eviterò di fare menzione.
Nei primi anni di questa convivenza forzata, le cose non andavano così male. A sei anni il concetto di solitudine dovrebbe essere un tabù molto più forte di api, fiori e cicogne e per me trovarmi all’improvviso una doppia famiglia, con tanto di nonni acquisiti a seguito, pareva un Natale continuo.
Ma l’idea di famiglia allargata, all’epoca, non riscuoteva molto successo, come del resto non lo riscuote ora, anche se lo si dice a voce più bassa (o più alta, a seconda dei casi), e di certo non aveva mia madre tra i fan più accaniti. Così, per rimettere a posto le cose, cercò di circoscrivere il più possibile il nucleo familiare,utilizzando come nuovo criterio inclusivo il luogo di domicilio, piuttosto che quello vecchio e superato del medesimo sangue. Ne veniva fuori una perfetta famiglia nucleare, due genitori, due figli e due cani.
Rimaneva però una piccola questione da risolvere, un pro forma: mio padre.
Che, bisogna ammetterlo, nonostante le premesse non proprio favorevoli, nel ruolo di genitore non se la cavava per niente male. Era il prototipo dei divorziati con figli che si vedono nelle commedie americane: senza una lira, pieno di buoni propositi e con un’inventiva tale da riuscire a conciliare, quasi sempre, le due cose.
Mi portava al parco giochi, mi faceva vedere i cartoni animati nell’orario del telegiornale, mi scriveva le favole, mi usava per rimorchiare, insomma insieme facevamo tutte le cose che, nel tempo, permettono di creare un rapporto genitore-figlio solido e gratificante.
Ora, io non è che volessi fare la guastafeste a tutti i costi, però sostituire un uomo bello, amorevole e divertente con uno più vecchio, simpatico quanto una ginocchiata sul coccige e per di più banchiere e fumatore, non mi pareva proprio un affare.
Il problema stava nel farlo capire a mia madre, che a questa cosa della famigliola felice all’inizio ci credeva proprio parecchio, tanto da trovare modi sempre più creativi per farmi saltare i giorni di visita paterni o le vacanze, o tutto ciò che implicava la rottura, seppur temporanea, del nuovo equilibrio domestico.
Non credo che, in tutta la sua vita, ci siano state cose nelle quali abbia profuso un impegno maggiore.
Nonostante le mie continue lamentele e il mio odio, non proprio celato per quelli che ormai consideravo due intrusi (a chi mi chiedeva se avessi degli animali in casa rispondevo “sì, ne ho quattro”), i suoi tentativi sono continuati fino ai miei quindici anni, età in cui ho iniziato a sovrastarla in altezza.
Ricordo quel giorno come se fosse ieri. Le valigie sul letto, la mia camera ritrasformata da doppia angusta in singola deluxe, la riacquisizione del sacrosantissimo diritto di dormire con la tapparella alzata, senza dover più cercare giustificazioni credibili come copertura a una semplice, pura e terribilmente invalidante paura del buio. Guardavo incredula gli invasori che battevano definitivamente in ritirata e d’un tratto la storia che Babbo Natale non esiste, con cui anni addietro i miei amichetti emancipati delle elementari avevano deciso di scaraventarmi prematuramente nel mondo dei disillusi, non mi pareva più tanto credibile.
Così, dai miei quindici anni in poi, io e mia madre siamo diventate una coppia.
continua…
Categoria: Generale




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