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Hate ya, mom…

21aprile08.png- Aurò? Oh… Aurò?

- Mmm…

- Sei sveglia?

- … sì. Ora sì.

- Ti ho portato il caffè.

Domenica. Ore 8.30.

- Grazie mamma… la prossima volta non ti disturbare, eh?

- Senti… ti devo dire due cose.

- Mmm…

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Del cervello e di altri demoni

30marzo08.pngE’ molto alto e ha delle scarpe strane.

Quando entro nella stanza accenna un sorriso scrutandomi con la coda dell’occhio, senza interrompere ciò che sta facendo.

Mi siedo alla sua sinistra e osservo in silenzio.
Dopo qualche secondo il suo sorriso si allarga e senza guardarmi mi porge la mano destra e sussurra “Alessandro”.

La dottoressa blocca il cronometro e ridendo gli chiede perché non avesse aspettato la fine della prova per le presentazioni.

Lui risponde semplicemente: “E’ bella”.

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Analizzando i fatti

6marzo08.pngAllora, analizziamo la seguente frase: sarò felice.

Sarò. Voce del verbo essere. Futuro semplice.

Beh, insomma.

Insomma che?

Futuro semplice…

Sì, sì, futuro semplice.

Beh, sul futuro non c’è niente da dire. Ma per il resto, dai… mica tanto semplice.

Vabbè, ma è indicativo…

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Il giorno del giudizio

1marzo.pngQuesta è una storia di amicizia e distruzione, che ai più risulterà incomprensibile.
Il che non è così grave visto che tali più, inibiti dalla sua prolissità, probabilmente si asterranno dal leggerla.
Per chi, invece, nonostante le raccomandazioni, volesse proseguire nella lettura questo potrebbe fornire un importante aiuto alla comprensione.

C’era una volta una fanciulla dai lunghi capelli, folti e rossi come la fiamma viva.
Ella non sapeva cos’era il lavoro, né conosceva la fatica e passava le sue giornate nell’ozio più completo, crogiolandosi nella sua fortunata condizione di nullafacente mantenuta.

Il suo nome era AmicaT.

Un giorno, mentre la dolce pulzella camminava per strada assorta nei suoi pensieri, le si avvicinò un uomo dall’età imprecisata, con vestiti logori e il viso ricoperto da escrescenze metalliche.

- C’hai ‘na sigaretta? - le chiese con voce rauca, scrutandola con un’espressione a metà strada tra la speranza e il disgusto.

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La mia palese avversione alle feste comandate ha dei fondamenti scientifici

14febbraio08.pngQuando con occhio umidiccio, labbro tremulo e cuore trafitto in mano, ho recitato alla mia futura relatrice di tesi il discorsetto che mi ero riproposta di utilizzare solo in caso di estrema necessità, come ad esempio nell’assurda ipotesi che lei avesse rifiutato a soli quattro mesi dalla seduta di laurea un argomento di tesi ideale, interessante e originale, selezionato tra altri mille dopo giorni e notti di ricerca incessante, non credevo che mi avrebbe preso in parola.

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