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Storia di un uomo superiore

15febbraio04_02.pngSalve baldi bloggers, purtroppo fino agli inizi di marzo il mio neurone sarà impegnato a viaggiare nei meravigliosi mondi della pedagogia, della statistica e della metodologia e dubito fortemente sulle sue capacità di ritagliarsi uno spazietto per scrivere cose nuove in questo blog…

Tuttavia, per non lasciarvi a bocca asciutta per tutto questo tempo, vi posto un raccontino che ho scritto per il cinquantesimo compleanno del mio adorato babbo (circa tre anni fa).

E’ abbastanza lungo, quindi ve lo divido in puntate… buona lettura!!!

STORIA DI UN UOMO SUPERIORE

Il lavoro che sto per intraprendere non è per niente facile, poiché chi leggerà quello che scrivo presupporrà che io abbia almeno una minima parte della straordinaria genialità, dell’eccezionale acume e dell’incredibile ingegno dell’uomo che mi accingo a descrivere.
E ripensandoci è troppo, troppo difficile. Un compito troppo arduo, un’impresa eccessivamente avventata, tanto da rischiare di essere accusata di megalomania per aver voluto raccontare, con semplici parole di diciassettenne, un tale successo della natura.

Per questo motivo è bene che io diminuisca le mie iniziali aspirazioni e che riduca i miei intenti a qualcosa di più modesto: in alternativa, quindi, vi narrerò di mio padre.
Un lontano aprile, per la precisione il quindici aprile di cinquanta anni fa, nacque un bambino bellissimo, una vera meraviglia, con occhi fantasticamente verdi, una carnagione scurissima e un sorriso che avrebbe fatto impallidire chiunque. Un vero spettacolo della natura, dico.

Bene, circa cinquecento metri più in là, in una casetta di campagna senza luce, acqua corrente e soprattutto senza TV, nasceva mio padre.
Che sia stato sin da piccolo un ragazzino sveglio non vi è dubbio. Del resto lo documentano le numerose cicatrici di cui è cosparso, dovute ai giochi di bambini, al calcio e… agli zoccoli della madre.

Eh sì, perché sveglio per sveglio non credo di sbagliare se dico che il mio caro papà era pure parecchio rompiballe.
L’adolescenza di mio padre non la conosco, ma non mi è difficile immaginarla: foto e aneddoti vari ( che lui stesso racconta senza nessun pudore paterno ) mi danno la possibilità di inquadrare la figura giovanile del mio adorato genitore.

Un sessantottino, più fuori che dentro, con barba e capelli lunghi, sguardo da genio incompreso, lingua lunga e pungente e un aria da “sono il migliore” che tutt’oggi, nonostante il tempo passato, permane.
Più o meno così:

Non un agitatore delle masse, tuttavia, tanto meno un figlio dei fiori. La sua filosofia di vita era semplice e concisa:”Io faccio quello che mi pare, non rompetemi le palle”.

E così, con i suoi più cari amici, Moby Dick e Il Corsaro Nero, passò gli anni verdi in completa libertà, come era d’uopo a quei tempi.
Ma si sa, il tempo corre e, tra una cosa e l’altra, senza accorgersene, si ritrovò alla benemerita età di trentadue anni. Era il 1984.

Un freddo mattino di fine dicembre, la vita del povero Renato fu sconvolta da un incredibile avvenimento: la nascita della sua unica figlia, Aurora, cioè io.

to be continued…

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