The Doctor is in
Mi alzo alle 7, con largo anticipo.
Non lo facevo da tempo. Non ne ricordavo la sensazione.
Faccio parte della categoria di coloro che aprono gli occhi sul fotofinish, dove aprire è sinonimo di combattere contro la forza di gravità giusto quel tanto che basta per creare una feritoia tra le palpebre, un impercettibile varco che permetta agli zeitgebers di rompere i coglioni solo alla pupilla, mentre il resto del corpo può concedersi i famosi altri cinque minuti, che sono l’elemento determinante, come dimostrano numerosi studi di un certo calibro, nella valutazione complessiva della propria giornata.
In termini pratici: alla tipica domanda “Come è andata oggi?”, a cui di solito, se la mattina siamo riusciti a dormire altri cinque minuti e non è successo niente di particolare, diamo una risposta piuttosto neutra, del tipo “Nulla di che”, “Solita vita”, “Così e così”, la pupilla, la mia perlomeno, risponde sempre e comunque “Fottiti”.
Di norma, mi alzo giusto in tempo per lavarmi la faccia e i denti e infilarmi in qualcosa di inguardabile o mediamente guardabile, in base al fatto che sia previsto o meno il poter rimanere con il cappotto. Non mi preoccupo molto dello stile, in effetti, sono già fin troppo soddisfatta quando riesco ad abbinare sciarpetta e lembo di maglia che fuoriesce dal giubbino. Se poi anche il colore delle scarpe ha qualcosa a che fare con il resto, vuol dire che mi sto preparando per un’occasione speciale.
Ma sto divagando. Dicevo che in questo periodo, in barba alle più consolidate leggi della Aurorica, mi sveglio con largo anticipo.
Ho il tempo di far suonare due volte la sveglia, sbadigliare sei volte in posizione orizzontale, sorseggiare il mio ginseng in posizione semiorizzontale, gustandomi tutto l’euro e venti che costa ogni bustina, mangiare il mio yogurt con i cereali che nella sua quasi totale assenza di sapore mi dà il giusto input per iniziare la giornata da vittima (con i numerosi vantaggi esistenziali e sociali che ciò implica), espellere fino all’ultimo goccio di camomilla della sera precedente, preparare la borsa da lavoro che fa tanto donna in carriera, dare un senso ai capelli, abbinare le occhiaie a qualcosa di comodo, optare per qualcosa di scomodo dopo aver valutato che la comodità fa tanto nonna in carriera, scendere sei piani di scale a piedi e attraversare il centro sulle mie gambe per arrivare a destinazione.
In realtà, non lavoro lontano da casa, mio padre dice che se avessi le tette più grandi ci andrei a sbattere contro appena uscita dal portone, ma io ho una signora borsa adesso, maledettamente pesante a causa di un computer che non uso, moduli che non compilo e cartelline che non riempio e non è che la posso lasciare a casa e portarmi il mio marsupio viola, considerando che la suddetta è l’unico elemento di distinzione che mi permette di entrare in ufficio sentendomi dire “buongiorno, signora psicologa” e non “buongiorno signora, cerca la psicologa?”.
Ho, quindi, una nuova giornata tipo. La quale, essendo molto più lunga della versione precedente (vedi sezione vita universitaria) e richiedendo un impegno tale da non poter più impostare il livello di attività cerebrale in modalità risparmio energetico, implica una serie di nuove condizioni da rispettare.
Il Decalogo Professional, versione aggiornata e corretta:
Prima del lavoro.
1) Colazione. Il tè verde e lo yogurt Activia sono un’ottima abitudine, ma l’esperienza ti insegna che inocularli contemporaneamente nell’organismo produce sui tuoi processi fisiologici lo stesso effetto di un pacchetto di Mentos in una bottiglia da 2l di Coca Cola.
Proponi di spostare il tuo “ufficio” nella toilette (il che, viste le condizioni attuali, comporterebbe un notevole miglioramento di immagine) o elimina il problema a monte affidandoti al potere ostruente del Saccottino.
2) Estetica. La scelta di truccarsi per avere un aspetto più professionale, dimostrare più di quindici anni e ridurre l’effetto Mercoledì Addams con un po’ di colore non è sbagliata. Diventa sbagliata, totalmente sbagliata, nel momento in cui durante la mattinata non puoi fare a meno di stropicciarti gli occhi per il sonno e non sei fornita di specchietto da borsa.
Essere orientati lavorativamente da Gene Simmons vestito da Kung Fu Panda non è esattamente ciò che si aspettano. Evita il mascara.
3) Guardaroba ragionato. E’ vero che dopo un anno e mezzo di palestra ti sta venendo su un bel lato B ma, se ci tieni all’incolumità fisica e psichica, uno sportello di orientamento lavorativo per svantaggiati non è il luogo giusto per metterlo in esposizione. Jeans integri e stirati e maglie che non incitino a correre nudi in un campo di margherite, mano nella mano sulle note dei Jefferson Airplanes, rappresentano la scelta più adeguata.
Nel ‘96 ti hanno regalato una spazzola per pulire le scarpe. Toglila dal cellophan e usala.
4) Puntualità. Se ritieni che cinque minuti di ritardo siano trascurabili, pensa che ogni secondo che perdi equivale a 9 192 631 770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini dello stato fondamentale dell’atomo di cesio-133 e che se c’è un intero Comitato Internazionale a ragionare sull’argomento evidentemente non è così trascurabile come sembra.
Manda avanti l’orologio di sette minuti e sbatti ripetutamente la testa contro al muro per dimenticarti di averlo fatto, altrimenti non funziona.
Durante il lavoro.
5) Professionalità. Puoi giocare a Spider solo fino a che non arriva il primo cliente. L’aver dovuto interrompere la partita per iniziare un colloquio non ti dà il diritto di trattare male il soggetto, neanche se avevi appena completato la seconda scala di Cuori e ciò ti dava una considerevole probabilità di vittoria. Sbuffare durante la somministrazione del questionario e completare il colloquio con un finalmente fa di te una cattiva psicologa. Evita.
6) Serietà. Non è bene soffocare una risata quando il soggetto che ti trovi davanti ti informa con entusiasmo di voler fare il cantante o, ancora meglio, il paroliere. Neanche se ti dà questa informazione in dialetto. Neanche se un attimo prima ti ha chiesto con quante C si scrive Box.
Quando accade una cosa del genere, pensa a qualcosa di tremendamente triste, ad esempio alle condizioni disagiate in cui questo ragazzo è costretto a vivere, alla sua vana ricerca di un lavoro, o all’idea che il suo sogno di diventare famoso si realizzi sul serio.
7) Autocontrollo. Dire ad un audioleso “ci sentiamo la settimana prossima” è come raccontare a un immigrato che vorresti andare in vacanza in Montenegro, perché pare che lì il mare sia splendido. Cerca di bypassare la tua tendenza congenita alla gaffe evitando divagazioni inutili e pericolose. Concentrati sull’obiettivo, sopprimi l’iniziativa. E se proprio non riesci, convincili che siano loro a non aver capito e cambia discorso.
Dopo il lavoro.
8) Ottimizzazione dei tempi. Il pomeriggio ti serve a fare ciò che non puoi più fare di mattina. E non intendo dormire. Il pisolino pomeridiano si riduce inesorabilmente da tre ore a venti minuti e deve essere consumato per forza di cose subito dopo pranzo.
I Simpson vengono sacrificati in nome della necessaria autoricarica. Paso Adelante è ormai un ricordo lontano, ma tanto iniziava a stancarti. Se non ti addormenti entro le 15.15 perdi automaticamente il diritto di riposo, il quale, lo ripeto per l’ultima volta, non è cumulabile.
9) Realismo. Il fatto che per tre giorni a settimana tu sia impegnata a parlare con la gente per un paio di ore viene definito lavoro solo perché qualcuno ha incredibilmente deciso di pagarti per farlo. Rispondere negativamente a qualsiasi richiesta sostenendo che sei stanca perché hai lavorato costituisce una pura e consapevole menzogna. Usare i tuoi casi umani come scusa per non andare in palestra fa di te una persona deplorevole e avrà effetti devastanti sulla tua anima. Nonché sul tuo lato B.
10) Regolarità. Serate tranquille. Film, computer, libri. Evita gli eccessi e le uscite infrasettimanali.
Rallegrati. E’ ciò che fai all’incirca da quando sei nata, quindi più che un sacrificio è la buona scusa che stavi cercando da anni.
Questo lavoro mi fa impazzire.
Categoria: Sono soddisfazioni...




che devi cercartene un altro? :)
ti do uno spunto..
“sono a casa, magari ci sentiamo dopo via pc”..
ma secondo te che sei psicologa che vuol dire questo sms?
No, io sono ancora nel limbo dei “sì lo so che sono solo quattro mesi e non faccio assolutamente quello che vorrei fare, però oh…meglio di niente (la pausa tra oh è meglio di niente è essenziale)… piuttosto che stare a casa a girarmi i pollici… e sono pure fortunata, mò mò mi sono laureata… almeno c’ho i soldi per le sigarette… ma io non fumo… d’oh!”
Benvenuta nel fantastico mondo del “finché mi pagano posso reggere… ma appena possibile chiedo un amento perché non è possibile buttare via la propria vita in questo modo… potrei anche inventarmi qualcosa di mio… che palle… domani mi licenzio!… domani mi pagano meglio di no”
Significa che sei arrivato a leggere solo il punto 1?
“…potere ostruente del Saccottino” ihihhihihiihihihhiihihihihihihihihihihihhiihhiihhi!