Toccata e fuga

9marzo09.pngHo accantonato la musica da tempo, come ho fatto e continuo a fare con tutto ciò per cui non mi sento sufficientemente capace da essere considerata brava.

Non ho mai avuto una particolare vocazione per il mondo dei suoni, ma l’ho sempre trovato affascinante. C’è stato un tempo in cui preferivo le scale naturali a Bim Bum Bam e non trovavo passatempo più entusiasmante dell’incastrare accordi, prettamente minori e solitamente inesistenti, usando in realtà i tasti bianchi solo per riempire i vuoti che quelli neri non erano in grado di gestire da soli. Lo spirito malinconico è una delle mie tante precocità.

All’epoca mi sentivo brava. Del resto, i miei unici spettatori erano mia madre, i miei cani e nelle occasioni speciali AmicaT, ossia in assoluto gli esseri, umani e non, più propensi a farmi sentire, ognuno a suo modo, migliore di quello che sono. Io suonavo. Loro sorridevano e scodinzolavano. E a me piaceva.

Poi, come accade a tutte le esistenze che si tuffano, più o meno inconsapevoli, nel terzo lustro di vita , arrivò il momento in cui Barbie e giochi di ruolo non poterono essere più considerati un parametro di giudizio sufficiente nella valutazione dei rapporti affettivi. E lì cambiò tutto.

Ma tu sai suonare?

Domanda prevedibile, quando la prima cosa che vedono i tuoi amichetti quando entrano nella tua casa è un pianoforte ai cui lati, a mo’ di angeli custodi, si ergono una chitarra e una balalaika.

A dieci anni la risposta sarebbe stata semplice: Sì.

Sentiamo. Plin plon plin plon plan plin plin plaaaan plon plon plon plooooon.

Uh, brava. Giochiamo a Fashion plaza?

A tredici le cose si sarebbero ridotte ad un : Sì, me la cavo. Ma che palle.

Uh, infatti a catena. Pomiciamo?

Dai quindici anni in poi il tutto si complica. Metà delle tue conoscenze inizia a farsi crescere i capelli e a mettersi camicie a quadri la cui eccessiva larghezza non è più imputabile a una madre previdente e risparmiatrice e l’altra metà non è abbastanza figa perché tu possa provare il benché minimo interesse a continuarne la frequentazione.

Minimo comune multiplo dei soggetti in questione è il polpastrello calloso. La chitarra è un must, se la suoni con sguardo perso nel vuoto e chioma fluente al vento il must sei tu.

Così, quando la domanda si ripropone, bisogna essere cauti.

Ma tu sai suonare?

No, so leggere gli spartiti. So riprodurre sui tasti un pentagramma non eccessivamente fitto di note e di alterazioni, ma non so improvvisare.

Uh. Posso suonare io?

Non saper improvvisare, socialmente, è un grosso limite. E il pianoforte è uno strumento decisamente sociale. Riempie le serate, induce il coro, sparge endorfine nel corpo rendendo tutti più sereni e ben disposti.  Ma non sempre. Quando ti chiedono di suonare qualcosa e attacchi con la terza sonatina di Clementi, per dire, la funzione sociale del pianoforte decresce in modo inversamente proporzionale al numero di diesis sbagliati.

Quando sai fare solo musica scritta da individui deceduti prima della scoperta dell’elettricità le strade sono due. Un’esecuzione perfetta ti porta alla gloria e all’ammirazione, nessuno dirà “che palle” di fronte a un Volo del calabrone di ottima fattura, alla fine del pezzo scatterà l’applauso e ti chiederanno di suonare ancora.

Il numero massimo di errori concessi è due. Imputabili a un cellulare che squilla o alle mani fredde. Alla terza stecca scatta il primo segno di cedimento nell’attenzione del pubblico. Un sol al posto del fa determina un principio di conversazione sulla difficoltà del pezzo, un’esitazione crea il vuoto necessario per far inserire nuove persone nel discorso, il quale si sposta di lì a poco sulla musica in generale e sul batterista di quel nuovo gruppo che è proprio un mostro sacro e a breve la folla inizia a trovare escamotage di basso livello per allontanarsi fisicamente dallo strumento e continuare la serata con occupazioni più affini al ventunesimo secolo. E tu continui a suonare Mozart con il sorriso sulle labbra e le note nel cuore e prendi quel silenzio improvviso per ammirazione quando in realtà è semplice vuoto, poiché la platea si è discretamente spostata nell’altra stanza mentre tu ti concentravi in semitrance sul vibrato di pagina quindici.

Così arriva la resa dei conti, la strada numero due. Un bel giorno il pianoforte diventa un ripiano su cui appoggiare le cose. Da pezzo forte del salotto viene declassato a mobile da ingresso, i libri di musica si guadagnano i ripiani più alti della libreria, dove ci sono i tomi da contemplare a distanza, tipo l’enciclopedia medica o la Bibbia illustrata per ragazzi.

L’aver fatto parte anche se per poco del magico mondo della musica è un privilegio di cui ti compiaci in silenzio, non sentendo il bisogno di condividerlo con altri.

Ma tu sai suonare?

S… No.

Altro capitolo chiuso. Almeno credi.

Poi succede qualcosa.

Una serata tra amici, una pizza, una casa vuota che amplifica i suoni, la sensazione, quasi sconosciuta, di non dover dimostrare niente a nessuno. Uno sguardo timido, come tra due vecchi amanti che non si incontrano da tempo e che scoprono all’improvviso che gli anni non sono stati un buon concime per l’indifferenza.

Un tasto accarezzato timidamente, una terza maggiore, un do settima. Una vecchia sonata che non pensavi di ricordare. Un discorso interrotto per mancanza di argomentazioni improvvisamente può essere ripreso e avviato ad una giusta conclusione. O a un nuovo inizio.

Non credevi di poterti ancora stupire e invece ultimamente ci riesci sempre più spesso. Rifletti.

E ti viene una gran voglia di dire grazie.

2 Commenti per “Toccata e fuga”

  1. Io non ho mai saputo suonare nulla, così la bellissima sensazione della riscoperta da te descritta non sarà nel mio repertorio…l’enciclopedia medica all’ultimo scaffale invece sì, già c’è.

  2. Il pianoforte, il mio più grande rimpianto.

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